Da Tacito a Berlusconi, da Trump a Netanyahu: come le democrazie possono conservare le proprie forme istituzionali mentre il potere si concentra progressivamente nelle mani di pochi leader. Una riflessione sulla libertà, i limiti del consenso e le nuove forme della leadership personalistica nel XXI secolo

Se c’è un autore che ha saputo comprendere i meccanismi più profondi del potere, questo è senza dubbio Publio Cornelio Tacito. Nessuno, nell’antichità, ha analizzato con altrettanta lucidità il modo in cui le istituzioni possano sopravvivere formalmente mentre la libertà si svuota lentamente di significato. Per questo motivo, dal Rinascimento fino all’Illuminismo, da Machiavelli a Montesquieu, passando per Guicciardini e molti protagonisti della Rivoluzione francese, Tacito è diventato il punto di riferimento di quella tradizione culturale che la storia ha definito “tacitismo”: una riflessione disincantata sul potere, sulle sue finzioni e sulle sue capacità di trasformarsi senza mai apparire apertamente come tirannia. Tacito aveva compreso che il potere assoluto raramente si presenta con il volto della forza brutale. Più spesso indossa la maschera della legittimità, del consenso popolare, della necessità storica. Conserva le forme delle istituzioni ma ne modifica progressivamente la sostanza. Il Senato continua a riunirsi, i magistrati mantengono le loro funzioni, le leggi vengono formalmente rispettate, ma la libertà politica si restringe fino a diventare un simulacro. Se Tacito continua a parlarci dopo duemila anni è anche perché le democrazie contemporanee hanno sviluppato forme di concentrazione del potere più sofisticate di quelle dell’antichità. 

In Europa uno dei casi più significativi è stato quello italiano. La lunga stagione politica di Silvio Berlusconi ha rappresentato, per molti aspetti, un laboratorio anticipatore delle moderne democrazie personalistiche. Attraverso il controllo di una parte rilevante del sistema mediatico, la costruzione di un rapporto diretto tra leader e opinione pubblica e la costante contrapposizione tra volontà popolare e organismi di controllo, Berlusconi ha contribuito a ridefinire il rapporto tra istituzioni e leadership. Pur operando all’interno di un sistema democratico e pluralista, la sua esperienza politica ha mostrato come sia possibile rafforzare enormemente il potere di un singolo senza modificare formalmente l’architettura costituzionale. È una lezione che anticipa molti fenomeni oggi visibili in altre democrazie occidentali e che conferma l’intuizione di Tacito: il problema della libertà non nasce soltanto quando le istituzioni vengono abbattute, ma anche quando continuano a esistere mentre il potere tende progressivamente a concentrarsi. Per molti aspetti Berlusconi è stato un precursore di quelle forme di leadership plebiscitaria che oggi caratterizzano una parte crescente delle democrazie occidentali, dimostrando come il consenso possa diventare uno strumento di legittimazione di una progressiva personalizzazione del potere.

In questo contesto assume particolare interesse il volume La Germania di Tacito di Luciano Canfora. Canfora mostra come uno dei testi meno politici di Tacito sia stato in realtà utilizzato per secoli come strumento ideologico. La descrizione delle popolazioni germaniche contenuta nell’opera venne trasformata nel tempo in un mito identitario, fino a diventare uno degli elementi culturali che alimentarono il nazionalismo tedesco e, in forme estreme, alcune delle elaborazioni ideologiche del Novecento. La lezione di Canfora è preziosa perché ricorda come il potere non si eserciti soltanto attraverso le istituzioni, ma anche attraverso il controllo dei simboli, della memoria e dei racconti collettivi. Oggi questa riflessione torna di straordinaria attualità osservando due figure che dominano la scena politica internazionale: Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Nessuno dei due governa una dittatura. Entrambi operano all’interno di sistemi democratici dotati di elezioni libere, parlamenti, corti indipendenti e una stampa formalmente pluralista. Eppure il loro rapporto con il potere presenta caratteristiche che Tacito avrebbe riconosciuto immediatamente.

Trump ha costruito la propria leadership sulla convinzione che la volontà popolare espressa dal voto debba prevalere su qualsiasi altro contrappeso istituzionale. Negli anni ha trasformato ogni indagine giudiziaria in una prova dell’esistenza di un presunto apparato ostile alla volontà degli elettori. La magistratura, gli organismi federali, la stampa e persino alcune articolazioni dello stesso Partito Repubblicano sono stati progressivamente descritti come componenti di un sistema che ostacolerebbe il popolo americano. La forza politica di Trump deriva proprio dalla capacità di presentare qualsiasi limite istituzionale come una forma di persecuzione politica.

Netanyahu si trova in una situazione diversa ma ugualmente significativa. Da anni il premier israeliano è al centro di procedimenti giudiziari che riguardano accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia. Parallelamente, ha promosso una controversa riforma della giustizia che secondo i suoi sostenitori avrebbe dovuto riequilibrare i rapporti tra magistratura e politica, mentre per i suoi oppositori rappresentava un tentativo di indebolire l’indipendenza della Corte Suprema. Anche in questo caso emerge una dinamica che Tacito avrebbe probabilmente giudicato familiare: la tendenza del leader a presentare i controlli istituzionali come ostacoli all’azione di governo e alla volontà popolare.

Naturalmente esistono differenze profonde tra Trump, Netanyahu e Berlusconi. Le loro storie, i loro contesti e i loro sistemi politici non sono sovrapponibili. Tuttavia, condividono un elemento essenziale: la progressiva identificazione tra il destino del leader e quello della comunità politica che egli rappresenta. Quando il leader diventa il simbolo della nazione, ogni critica può essere descritta come un attacco al popolo; ogni controllo come un sabotaggio; ogni limite come un’ingiustizia. È qui che l’insegnamento di Tacito rivela tutta la sua forza. Le democrazie raramente muoiono attraverso colpi di Stato o soppressioni improvvise delle libertà. Più spesso si trasformano lentamente. Conservano le procedure, mantengono le elezioni, rispettano formalmente le regole, ma assistono a una progressiva concentrazione del potere politico, mediatico e simbolico nelle mani di pochi individui.

Per questo Tacito continua a essere letto. Non perché offra ricette politiche, ma perché insegna a riconoscere i segnali della trasformazione del potere prima che sia troppo tardi. La sua lezione attraversa i secoli e arriva fino a noi: la libertà non si perde soltanto quando un tiranno abbatte le istituzioni. Si perde anche quando le istituzioni restano in piedi, ma smettono lentamente di svolgere la loro funzione di limite e controllo. È in quel momento, scriveva Tacito osservando la Roma imperiale, che una Repubblica può continuare a esistere nelle forme mentre è già scomparsa nella sostanza. E forse è proprio questa la lezione più attuale che il grande storico romano continua a consegnare alle democrazie del XXI secolo.

Giorgio Denicolai

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