Ufficialmente, il viaggio del capo della CIA a Mosca è stato un incontro di routine. Ma tra guerra in Ucraina, futuro della NATO, minacce russe all’Europa e Midterm americane, il sospetto è che sul tavolo ci fosse molto più di quanto Washington e il Cremlino vogliano raccontare.

C’è qualcosa di irresistibilmente trumpiano nella definizione scelta per spiegare il viaggio a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe: «semi-routinario». Una formula perfetta perché non significa nulla e, proprio per questo, può contenere tutto. Le visite, o sono di routine, oppure non lo sono. E un direttore della CIA che sale su un C-17 dell’aeronautica militare statunitense, parte dalla base di Andrews, fa tappa a Riga e atterra a Mosca per alcune ore di colloqui riservati, non è andato per partecipare ad una riunione di condominio. Partiamo dunque dalle poche certezze, indispensabili per non trasformare l’analisi politica in un romanzo di John le Carré scritto sotto il sole d’agosto.

Ratcliffe è arrivato a Mosca il 25 agosto. Ha incontrato Sergej Naryškin, direttore del servizio d’intelligence estero russo, l’SVR. Non ha visto Vladimir Putin, almeno secondo il Cremlino, ma Putin è stato immediatamente informato dell’esito dei colloqui. L’aereo americano è rimasto a Vnukovo soltanto alcune ore, prima di ripartire verso la Lettonia. La missione non era stata annunciata, ma non era neppure particolarmente invisibile: un gigantesco C-17 militare è uno strumento curioso per organizzare una visita che si vorrebbe tenere segreta. La rotta e la durata della missione sono state ricostruite attraverso i dati di volo.

È inoltre la prima visita conosciuta di un direttore della CIA in Russia dal novembre del 2021, quando William Burns fu mandato da Joe Biden a spiegare a Putin che Washington conosceva i preparativi dell’invasione dell’Ucraina e che le conseguenze sarebbero state pesanti. Putin ascoltò, salutò e tre mesi dopo invase lo stesso. I colloqui tra spie, insomma, sono spesso utili, qualche volta necessari, ma non possiedono virtù taumaturgiche. Naryškin sostiene che l’incontro non avesse nulla di eccezionale. Trump lo ha definito, appunto, «semi-routinario», aggiungendo però che «qualcosa potrebbe venirne fuori» e collegandolo agli sforzi per porre fine alla guerra in Ucraina. È una contraddizione soltanto apparente: quando un presidente americano non vuole dire che cosa sta negoziando, la routine diventa improvvisamente capace di cambiare la storia. Queste sono, per ora, le uniche dichiarazioni ufficiali disponibili.

Poi comincia il territorio delle indiscrezioni. Secondo diverse fonti americane, Ratcliffe sarebbe andato a Mosca anche per avvertire la Russia di non tentare azioni contro un paese della NATO. Né Washington né Mosca lo hanno confermato. Trump, anzi, ha negato che la missione riguardasse una possibile aggressione russa all’Alleanza. Eppure, l’ipotesi non nasce dal nulla: almeno due testate statunitensi hanno riferito dell’avvertimento sulla NATO, mentre le intelligence occidentali temono che il Cremlino possa cercare di verificare quanto sia ancora credibile l’articolo 5, magari attraverso un’azione limitata, ambigua o inizialmente negabile sul fianco orientale.

A rendere più interessante questa ricostruzione c’è un altro episodio avvenuto appena una settimana prima della missione di Ratcliffe. Il 18 agosto la NATO ha condotto una vasta esercitazione aerea sopra la Polonia nordorientale e la regione baltica, a ridosso dell’exclave russa di Kaliningrad. All’operazione hanno partecipato caccia statunitensi e norvegesi, forze terrestri polacche, aerei cisterna, un velivolo radar E-3A AWACS e soprattutto un EA-37B Compass Call statunitense, una delle più moderne piattaforme occidentali per la guerra elettronica. Le stime degli osservatori parlano di un numero compreso tra venticinque e cinquanta velivoli, anche se la NATO non ha fornito cifre ufficiali. L’Alleanza ha confermato la natura e l’area dell’addestramento.

Ufficialmente si è trattato di un’esercitazione pianificata, destinata a migliorare l’interoperabilità tra le forze alleate e non collegata ad attività immediate dell’aviazione russa. Anche in questo caso, dunque, la parola d’ordine è stata “routine”. Ma il pacchetto militare mostrato nei cieli polacchi era tutt’altro che banale: capacità di attacco, rifornimento in volo, sorveglianza radar, comando delle operazioni e guerra elettronica. L’EA-37B, in particolare, è progettato per individuare e disturbare comunicazioni, radar e sistemi di navigazione nemici, tutte funzioni decisive in un’eventuale crisi attorno a Kaliningrad e al corridoio di Suwałki. Non esiste alcuna prova che l’esercitazione sia stata organizzata in relazione al successivo viaggio del direttore della CIA. Le operazioni militari di questa complessità vengono preparate con largo anticipo. Sarebbe quindi azzardato presentare i due avvenimenti come parti accertate di un’unica strategia. Ma nella diplomazia della deterrenza conta anche la sequenza dei gesti. Prima la NATO mostra, in maniera perfettamente visibile, di poter sorvegliare, coordinare, disturbare e proteggere il proprio fianco orientale. Pochi giorni dopo il capo della CIA entra nella sede dell’intelligence russa. Potrebbe essere soltanto una coincidenza. Oppure l’esercitazione potrebbe aver rappresentato la premessa militare del messaggio politico affidato a Ratcliffe: se Putin volesse mettere alla prova l’Alleanza, dovrebbe sapere che la NATO non sarebbe né cieca né impreparata.

A rendere il quadro meno rassicurante sono arrivate le minacce russe contro il Regno Unito e la Francia, accusati di «giocare con il fuoco» per aver consentito all’Ucraina di accedere alla tecnologia dei missili Storm Shadow. Mosca ha evocato la possibilità di colpire obiettivi militari britannici dentro e fuori l’Ucraina. La minaccia è stata formulata pubblicamente dal ministero degli Esteri russo. Non equivale all’annuncio di un’invasione di un paese della NATO, ma è precisamente quel genere di linguaggio con il quale il Cremlino misura le reazioni dell’avversario, prima ancora delle sue capacità militari. La prima ipotesi, dunque, è che Ratcliffe abbia consegnato una linea rossa: potete continuare a minacciare, sabotare, interferire e provocare, ma non provate a trasformare la guerra ucraina in un attacco diretto contro un alleato. Se fosse questo il messaggio, la missione sarebbe perfettamente comprensibile. Nei momenti più pericolosi della Guerra fredda erano proprio i canali tra servizi segreti a impedire che un incidente qualsiasi diventasse una guerra mondiale.

Ma c’è una seconda ipotesi, politicamente assai più delicata: Ratcliffe potrebbe avere discusso non soltanto di come evitare un allargamento del conflitto, ma di come chiuderlo attraverso un’intesa diretta tra Washington e Mosca. Un indizio esiste. Prima della visita, gli Stati Uniti hanno informato Kiev dell’arrivo di una delegazione americana e hanno chiesto agli ucraini di sospendere temporaneamente gli attacchi contro Mosca, San Pietroburgo e alcune regioni settentrionali russe. Kiev avrebbe accettato, continuando però a colpire altri obiettivi. La richiesta è stata confermata all’Associated Press da un alto funzionario ucraino. La spiegazione più semplice è anche la più ragionevole: Washington voleva evitare che la propria delegazione si trovasse sotto un attacco ucraino mentre era a Mosca. Ma la vicenda mostra anche la gerarchia ormai esistente nel rapporto tra Stati Uniti e Ucraina. Washington chiede, Kiev obbedisce e Mosca riceve. Gli europei, come spesso accade, apprendono dai giornali. Nonostante siano ormai loro i primi sostenitori di Kiev.

Da qui a sostenere che Trump abbia deciso di abbandonare l’Ucraina in cambio di un grande accordo con Putin, però, c’è ancora una distanza che i fatti disponibili non consentono di colmare. Potrebbero essere stati discussi un cessate il fuoco, uno scambio di prigionieri, limiti agli attacchi contro le infrastrutture energetiche, garanzie sulla navigazione o semplicemente meccanismi per evitare incidenti tra Russia e NATO.

La diplomazia delle spie serve soprattutto quando la diplomazia ufficiale non riesce più a pronunciare certe parole.

Il timore di un accordo sopra la testa degli ucraini e degli europei resta tuttavia fondato politicamente. Trump considera le alleanze un costo e le grandi potenze gli interlocutori naturali della storia. Putin condivide la stessa concezione: i paesi più piccoli non sono soggetti, ma territori sui quali le potenze trattano. Un negoziato USA-Russia che riconoscesse a Mosca una sfera d’influenza sull’Ucraina offrirebbe a Trump la fotografia del pacificatore e a Putin ciò che non è riuscito a ottenere completamente sul campo. Il conto verrebbe presentato a Kiev e, subito dopo, all’Europa.

C’è poi il dossier iraniano. Alcune fonti americane sostengono che Ratcliffe ne abbia parlato con i russi. Anche questa ricostruzione non è stata confermata ufficialmente, ma sarebbe sorprendente il contrario. Mosca sostiene Teheran, possiede informazioni e canali che Washington non ha e potrebbe usare la questione iraniana come moneta di scambio: collaborazione o neutralità russa in Medio Oriente in cambio di concessioni sull’Ucraina e sulle sanzioni. La politica delle grandi potenze ama condannare i mercati quando riguardano il denaro e praticarli con entusiasmo quando riguardano i paesi.

Infine, c’è l’ipotesi più grave: le elezioni di metà mandato americane. È possibile immaginare che Trump o un suo emissario abbiano chiesto alla Russia un qualche aiuto politico, informativo o digitale in vista delle Midterm? Dopo il 2016, immaginarlo non è più fantapolitica. Un’inchiesta bipartisan del Senato americano ha accertato un’azione russa ampia e articolata per influenzare quelle presidenziali, danneggiare Hillary Clinton e favorire Donald Trump, pur non trovando prove certe di una cospirazione formale tra la campagna repubblicana e il governo russo. Le conclusioni dell’intelligence furono confermate, però, dal Comitato del Senato.

Inoltre, nel luglio scorso, un gruppo bipartisan di parlamentari ha chiesto al governo americano di valutare il rischio che le nuove tecniche russe, disinformazione coordinata, attacchi informatici, intelligenza artificiale e deepfake, possano essere impiegate anche nelle elezioni del novembre 2026. La preoccupazione per possibili interferenze russe nelle Midterm è dunque reale e documentata.

Ma il precedente non è una prova del presente. Al momento non esiste alcun elemento concreto che colleghi la missione di Ratcliffe a una richiesta di aiuto elettorale. Affermarlo come fatto sarebbe scorretto. Porsi la domanda, invece, è legittimo, soprattutto quando un colloquio tra il capo della CIA e quello dell’intelligence russa avviene a poco più di due mesi da elezioni decisive per il controllo del Congresso. Il problema non è che le spie americane e russe si parlino. È bene che lo facciano, specialmente quando missili, minacce e dottrine nucleari ricominciano a circolare con eccessiva leggerezza. Il problema è non sapere se Ratcliffe sia andato a Mosca per difendere la NATO, per sacrificare l’Ucraina, per negoziare sull’Iran o per intrecciare la sicurezza nazionale americana con le necessità elettorali del presidente.

Le certezze finiscono al portone dell’SVR. Tutto il resto è supposizione. Ma in politica internazionale anche il modo in cui si costruisce il silenzio è un fatto. Trump nega NATO e Iran, parla di routine e subito dopo promette che dal viaggio potrebbe nascere qualcosa sulla guerra. Il Cremlino dice che non è accaduto nulla di straordinario, ma informa immediatamente Putin. Kiev sospende gli attacchi. Londra e Parigi vengono minacciate. Un C-17 attraversa l’Europa e torna indietro dopo poche ore. Forse non è stato deciso nulla. Forse Ratcliffe ha soltanto consegnato un avvertimento. Oppure, dietro la porta chiusa, è cominciato il mercato nel quale Trump e Putin si trovano più a loro agio: quello in cui le grandi potenze discutono, gli alleati osservano impotenti e i paesi più piccoli scoprono, ovviamente per ultimi, quale parte del loro destino sia stata appena definita “semi-routinaria”.

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