La vaccinazione

La vaccinazione

L’idea alla base della vaccinazione è semplice e geniale allo stesso tempo: insegnare al nostro sistema immunitario a riconoscere il potenziale nemico, predisponendo in questo modo le difese necessarie in caso di attacco.

Salì al trono del Regno di Napoli con il nome di Ferdinando IV, fu anche Re di Sicilia con il nome di Ferdinando III e infine unificò i due regni assumendo il nome di Ferdinando I, Re delle Due Sicilie. Ma per tutti è sempre rimasto il “Re Lazzarone”: per i suoi modi da vero popolano, eredità indelebile del mondo in cui aveva vissuto fino a quando fu nominato re, all’età di soli otto anni. Ferdinando è stato l’unico re di Napoli che parlava napoletano. Di lui si dice che non sapesse né leggere né scrivere, in nessuna delle numerose lingue che si parlavano nella sua corte; l’esatto opposto di sua moglie, Maria Carolina d’Asburgo, donna colta e raffinata, uno dei sedici figli che Maria Teresa d’Austria mise al mondo.

Siamo nella seconda metà del XVIII secolo, quando ancora le popolazioni e le famiglie regnanti venivano flagellate da ondate inarrestabili di vaiolo. Quando nel 1767 il vaiolo si diffuse di nuovo, la cattolicissima Maria Teresa decise di andare contro tutto e tutti facendo inoculare del materiale pustoloso prelevato da lesioni di persone malate sia a sé stessa che a tutti i suoi figli sopravvissuti all’ondata precedente. La stessa pratica, nota come ‘variolazione’, fu poi adottata da Re Ferdinando diversi anni più tardi; probabilmente confidando più nella protezione speciale di san Gennaro, di cui era profondamente devoto, piuttosto che nell’esperienza sicuramente positiva di sua suocera Maria Teresa e di sua moglie Maria Carolina.

Ferdinando era un re rozzo, ma non ottuso. Fu lui il primo sovrano della storia a disporre una vaccinazione di massa di tutta la sua popolazione, questa volta contando più sulla credibilità scientifica di quella pratica di recentissima scoperta che sulla benevolenza di san Gennaro. Qualche anno prima, infatti, il medico inglese Edward Jenner aveva osservato che le mungitrici affette dal vaiolo bovino erano immuni al vaiolo umano. Fu così che pensò di iniettare negli umani del materiale infetto da vaiolo vaccino (ah, ecco da dove viene il nome ‘vaccino’!), allo scopo di scatenarne quelle stesse difese che proteggevano le mungitrici contro il vaiolo umano. Una pratica che Jenner sperimentò con grande successo, ma non al punto da riuscire a superare le esitazioni dei comitati medici e dei governanti inglesi di allora. Non riuscì a convincerli che la sua intuizione avrebbe salvato milioni di vite umane. Si dovette aspettare la lungimiranza del Re Lazzarone e il proverbiale decisionismo del solito Napoleone Bonaparte, prima di poter assistere a delle vere e proprie vaccinazioni di massa. Non a caso Napoleone cominciò dai suoi soldati, la cui salute era il presupposto fondamentale del suo stesso potere.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato l’eradicazione del vaiolo nell’ormai lontano 1980. Sono davvero innumerevoli le malattie infettive di cui si è potuto contrastare la diffusione epidemica solo grazie alla pratica della vaccinazione. Le malattie sono state sconfitte, o comunque indebolite, ma non la diffidenza intorno a questa pratica. Al contrario, più si riduce il pericolo di contrarre terribili malattie (proprio grazie alla vaccinazione) e più aumenta la convinzione che la vaccinazione comporti troppi rischi e pochi benefici. Allora cerchiamo di capirne qualcosa di più.

L’idea alla base della vaccinazione è semplice e geniale allo stesso tempo: insegnare al sistema immunitario a riconoscere il potenziale nemico, predisponendo in questo modo le difese necessarie in caso di attacco. Nell’articolo Virus e batteri abbiamo visto che il nostro sistema immunitario è predisposto a difenderci da agenti patogeni che mettono in pericolo la nostra salute. È il nostro esercito, addestrato a combattere contro una grande varietà di nemici invisibili. Il problema è che, per ogni singolo nemico, ha bisogno di armi specializzate, non può affidarsi a strumenti di difesa troppo generici. Per cui ogni ‘nuovo’ nemico rappresenta un pericolo per la nostra salute, proprio perché il nostro esercito non è predisposto a fronteggiarlo. Ecco, la vaccinazione altro non è che un addestramento del nostro sistema immunitario a combattere un eventuale attacco di un nemico nuovo, mai affrontato prima, preparandolo a predisporre le armi necessarie per fronteggiarlo con efficacia.

Sono vari i tipi di vaccini che sono stati messi a punto nei due secoli che ci separano dalla scoperta di Jenner. Per capire meglio come funzionano è necessario ricapitolare i passaggi fondamentali della battaglia infinita che si consuma nel nostro corpo tra i vari agenti patogeni che cercano di attaccarci e il nostro sistema immunitario che cerca di difenderci; concentrandoci per semplicità sul caso dei virus, sicuramente i nostri nemici più subdoli, quei nemici che siamo in grado di sconfiggere solo grazie alla vaccinazione.

I virus attaccano le nostre cellule creando dei legami tra le proteine che circondano il loro materiale genetico e la membrana delle nostre povere cellule che cercano di infettare. Una volta penetrati all’interno della cellula, se ci riescono, ne prendono il controllo in modo ingannevole, istruendole a produrre quelle proteine di cui loro hanno bisogno per replicarsi, piuttosto che quelle necessarie alle cellule stesse per poter continuare a svolgere la loro funzione.

I vari metodi di vaccinazione cercano di dare una mano al sistema immunitario nel contrastare ognuno di questi passaggi. I vaccini tradizionali semplicemente contenevano piccole dosi dell’agente patogeno, le quali venivano iniettate in modo da fornire al nostro sistema immunitario il tempo di prepararsi a reagire ad un contagio vero e proprio, sviluppando gli anticorpi preposti ad impedire l’infezione o quelli che, in seconda battuta, fronteggiavano la replicazione del virus all’interno delle nostre cellule. I vaccini più moderni non utilizzano più virus ‘attivi’, cioè non causano più una vera e propria infezione. Contengono virus indeboliti, o persino resi del tutto innocui, in certi casi contengono addirittura soltanto le proteine dei virus; tutte tecniche messe a punto negli anni in modo da lasciare ai vaccini la possibilità di penetrare nelle nostre cellule e di causare la necessaria risposta immunitaria, ma senza farle ammalare.

I vaccini di ultima generazione vanno ancora oltre. Utilizzano la cosiddetta tecnica dell’RNA messaggero (mRNA), che consente di ‘simulare’ direttamente gli effetti che i virus avrebbero dopo aver colonizzato le nostre cellule. In pratica l’RNA contenuto nel vaccino viene usato dai cosiddetti ‘ribosomi’ delle nostre cellule per produrre esattamente le stesse proteine che verrebbero fatte produrre dal virus vero e proprio, scatenando così quella reazione immunitaria che ci prepara a reagire adeguatamente ad un attacco reale di quel particolare virus. Va detto che la tecnica dell’mRNA non è stata concepita specificamente pensando al suo utilizzo nell’ambito delle vaccinazioni, tanto meno è stata sviluppata frettolosamente per riuscire ad accorciare i tempi di sviluppo del vaccino anti-COVID. No, è il risultato di decenni di ricerca della comunità scientifica internazionale. L’idea alla base dell’mRNA è quella di fornire uno strumento di controllo della produzione di proteine delle nostre cellule. Uno strumento del tutto generico che può essere però ‘programmato’ in modo da essere utilizzato per combattere una patologia specifica al livello più capillare possibile, quello di ogni singola cellula. Una frontiera ancora tutta da scoprire, ma che promette di mettere a disposizione dei nostri medici uno strumento nuovo e preziosissimo per combattere le malattie più gravi, a partire dal cancro.

Ma allora perché ancora oggi la diffidenza intorno alla vaccinazione è così diffusa? O meglio, perché recentemente si è sviluppata una vera e propria opposizione a questa pratica, che invece ha il merito di aver salvato la vita di milioni e milioni di persone, senza dubbio alcuno? Tutti i vaccini, come ogni medicina, possono avere effetti collaterali e comportare dei rischi, questo è innegabile. Ma va anche detto che c’è un controllo severissimo di ogni nuovo vaccino, nel senso che le varie autorità preposte ne autorizzano l’uso solo in presenza di una chiara evidenza che i rischi che comporta sono ‘statisticamente’ di gran lunga inferiori ai benefici che apporta.

Ecco, la chiave di tutto sta proprio nella parola ‘statisticamente’. Gli effetti dei vaccini, sia i loro rischi che i loro benefici, non possono essere valutati per ogni singolo individuo ma solo statisticamente, cioè per un insieme il più ampio possibile di individui. Ma ogni singolo individuo vorrebbe poter decidere per sé stesso, soprattutto quando si tratta di questioni che riguardano la propria salute. Sono tanti persino quelli che vorrebbero poter decidere per sé stessi pur non avendo alcuna competenza a riguardo, magari fidandosi più delle notizie infondate, o peggio ancora, manipolative, che leggono su Internet, piuttosto che della comunità scientifica e delle autorità competenti. Tutto questo crea un sentimento di diffidenza, soprattutto in chi, per orientamento politico e culturale, tende a dubitare sempre e comunque delle autorità precostituite. Purtroppo, con l’avvento di Internet sono aumentate sempre più le persone che credono a tutto e a tutti, fuorché alla realtà dei fatti.

E poi c’è un altro problema che è davvero difficile da ovviare: quello della incorretta interpretazione dei dati statistici. È molto, ma molto facile dare una lettura sbagliata dei dati a disposizione, davvero in questo campo non si può che affidarsi alle autorità competenti.  È facilissimo sbagliarsi per ignoranza; ed è altrettanto facile dare una lettura ingannevole dei dati disponibili, intenzionata a suggerire conclusioni mendaci, lontanissime dalla realtà dei fatti. Basta leggere questo esempio per convincersene…

Infine, c’è ancora un altro aspetto che riguarda il nostro atteggiamento riguardo la vaccinazione. Un aspetto, diciamo così, di natura sociopolitica. Sottoporsi a questa pratica rappresenta per ognuno di noi una scelta di prudenza, un modo di prevenire, piuttosto che di curare, le conseguenze potenzialmente gravi di un eventuale contagio. Ma è anche un contributo che si dà alla società in cui si vive, che aiuta a combattere la diffusione di vere e proprie epidemie, di cui, inevitabilmente, sarebbero gli individui più deboli a pagarne le conseguenze peggiori, a partire da quelli che per un motivo o per l’altro non si possono vaccinare. È quindi giusto imporre la vaccinazione a chi invece preferirebbe prendersi il rischio di pagare personalmente le conseguenze di un eventuale contagio? Io rispondo convintamente di ‘sì’, perché ognuno di noi non è soltanto chiamato a preoccuparsi della propria salute, ma anche di quella di tutti gli altri.

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